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Porter è uno stile di birra, ottenuto con malti di colore scuro.

Il termine “porter” in inglese significa facchino: la birra proposta per la prima volta nel 1722 da un pub di Londra in poco tempo divenne popolare tra quei lavoratori.

Da questo tipo di birra derivò la Stout, che si chiama così perché inizialmente le porter particolarmente forti erano dette “Extra Porter” o “Double Porter” o “Stout Porter”, nome che in seguito fu abbreviato semplicemente con stout. Ad esempio la Guinness Extra Stout fu chiamata così solo nel 1840, mentre prima era conosciuta come Extra Superior Porter.

La diffusione dei microbirrifici negli ultimi 20 anni ha contribuito alla rinascita di questo stile birrario, che è sempre più apprezzato e disponibile in molte varietà, in ogni parte del mondo.

Storia

Nel 1802 uno scrittore chiamato John Feltham scrisse una versione della storia della porter che in seguito sarebbe stata considerata la base per tutto ciò che venne detto sull’argomento. Molto poco della storia di Feltham era fondato sulla verità, il suo racconto è basato su una lettera scritta da Obadiah Poundage (che aveva lavorato per decenni nel commercio di birra a Londra) negli anni 60 del XVIII secolo. Feltham fraintese parti del testo, soprattutto a causa della sua poca familiarità con la terminologia birraria del XVII secolo.

Le porter in Irlanda

La Porter fu prodotta per la prima volta in Irlanda nel 1776, come reazione all’aumentare delle importazioni di birra da Londra; fu introdotta da Arthur Guinness, che tuttavia continuò a produrre ale fino al 1799.

In Irlanda e specialmente a Dublino, è conosciuta come “Plain Porter” o semplicemente “Plain”.

L’ultima Porter irlandese fu prodotta dalla Guinness nel 1974, ed è tuttora prodotta dal microbirrificio Porterhouse Brewery di Dublino, proprio con il nome di “Plain Porter“.

Le porter nel mondo

Baltic porter

Le esportazioni di Porter dalla Gran Bretagna verso la corte imperiale russa (da cui anche il termine “imperial stout”), attraverso le antiche rotte commerciali anseatiche, ispirarono i mastri birrai delle regioni attraversate a provare a produrla da sé. Attualmente tutti i paesi che si affacciano sul mar Baltico (Danimarca, Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Russia) continuano a produrre Porter. La birra in questi paesi ha un contenuto alcolico superiore alle altre Porter ed è conosciuta come Baltic porter.

Furono introdotte a partire dal XVIII secolo come birre ad alta fermentazione e così rimasero quando i mastri birrai locali iniziarono a produrle nella prima metà del XIX secolo. Quando la produzione passò alla bassa fermentazione, verso la seconda metà del XIX secolo, molti iniziarono a produrre la loro Porter con maggiori quantità di lievito. Al giorno d’oggi ne rimangono solo poche prodotte ad alta fermentazione.

Porter canadesi

La Porter è piuttosto popolare anche in alcune province marittime del Canada.

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La Guinness è una birra di tipo stout prodotta dalla Arthur Guinness Son & Co., una fabbrica di birra irlandese fondata a Dublino nel 1759 da Arthur Guinness nella celebre St. James’s Gate Brewery.

Descrizione

La birra si presenta scura, quasi nera. Nonostante ciò la sua colorazione è in realtà ufficialmente nota come “Rubino scuro” ovvero bruno carico. La schiuma è bianca, molto compatta e cremosa. Il gusto è decisamente amarognolo, poco corposo e facilmente riconoscibile.

Prodotta con acqua, orzo maltato, orzo non maltato torrefatto, luppolo e lievito, prende il colore e il sapore tipico da un particolare[1] procedimento di tostatura dell’orzo. La birra inoltre è pastorizzata e filtrata, per un procedimento di produzione e fermentazione che dura circa 10 giorni.

Altra caratteristica fondamentale è che tale birra è spillata tramite carbo-azoto anziché in anidride carbonica: l’azoto non si disperde nel liquido, rendendo la Guinness una birra “ferma”, con meno bollicine e creando la caratteristica schiuma compatta.

È servita nel tipico bicchiere dal design a campana rovesciata, da una o mezza pinta.

È venduta anche in lattine, acquistabili nei supermercati. Le lattine contengono una piccola sfera di materiale plastico che consente la formazione del cappello di schiuma al momento del riempimento del bicchiere, come avverrebbe se fosse spillata da una spina. Si può trovare un meccanismo analogo anche nelle bottiglie, dove invece di esserci una sfera, è contenuto un piccolo oggetto a forma di “razzetto” con delle piccole alette ai lati, in modo tale che, una volta inserito in fase di produzione, non possa uscire accidentalmente. Alette di cui non necessitano le sfere usate nelle lattine, poiché inserite a lattina ancora non dotata di coperchio.

Ritratto di Arthur Guinness, birraio che creò la Guinness nel 1759

Storia

Arthur Guinness incominciò a produrre birra a Leixlip per poi trasferirsi alla celebre St. James’s Gate Brewery, a Dublino nel 1759. Tale sito era abbandonato ed affittato a Arthur Guinness per 45 sterline all’anno per un contratto lungo 9000 anni. Per quanto la Guinness sia la birra nera per eccellenza e quantomeno la più conosciuta, il particolare procedimento stout di tostatura non fu inventato da Arthur Guinness, ma è risalente ad almeno 50 anni prima della sua nascita. Il nome Guinness dei primati deriva dalle “Birrerie Guinness”, di cui sir Hugh Beaver, inventore del celebre libro, era amministratore delegato; da molti anni il libro e l’industria non sono più associati, tuttavia i nuovi editori hanno deciso di mantenere il nome per consolidare i legami col passato, mentre le birrerie non hanno protestato perché lo hanno visto come un modo vantaggioso di farsi pubblicità senza essere sponsor del libro[2].

Facciata esterna della St. James’s Gate Brewery, casa della Guinness

Varianti

Guinness da Bar

Per incontrare il gradimento mondiale di tale birra, nel tempo furono create parecchie varianti sia inerenti alla gradazione alcolica sia al tipo di contenitore utilizzato: attualmente la Guinness è distribuita in bottiglia, lattina, fusto domestico o da bar e venduta praticamente in tutto il mondo con gradazioni alcoliche differenti e gusti più o meno amarognoli.

Pubblicità

La Guinness deve gran parte della sua fama ad una serie di pubblicità create da John Gilroy tra il 1930 e il 1940: celebri sono le campagne con gli animali (tucano, leone, struzzo) entrate direttamente nell’iconografia e nella storia della pubblicità, tuttora riconoscibili e utilizzati da gran parte del merchandising della casa irlandese, diventando paradossalmente più famosi del logotipo stesso (un’arpa – in questo caso speculare -, simbolo dell’Irlanda e del Trinity College di Dublino).

I vari motti come ad esempio Lovely Day for a Guinness o Guinness is Good For You, che accompagnavano queste pubblicità, sono anch’essi entrati nella creazione del mito Guinness.

Attualmente gran parte del business è dovuto al licensing e alla vendita di vestiti ed accessori raffiguranti il logotipo della Guinness o delle varie campagne pubblicitarie di John Gilroy. Nel XIX secolo iniziò la campagna pubblicitaria più lunga della sua storia. Essa comportava il gettare delle bottiglie sigillate contenenti documenti nell’Oceano Atlantico. Delle bottiglie si ritrovano ancora oggi nel Texas e nei Paesi dell’America Centrale e Meridionale.

Curiosità

Nei primi anni del Novecento, la Guinness si dotò di un team di ricerca per studiare in modo scientifico i parametri che influenzano la qualità della birra, applicando procedimenti che oggi prendono il nome di controllo di qualità. Un dipendente della Guinness, William Sealy Gosset, laureato in chimica e matematica, si interessò di statistica pubblicando una serie di lavori sotto lo pseudonimo di “A. Student”. In questi lavori egli sviluppò un metodo di confronto fra campioni statistici che viene ampiamente usato ancora oggi in ogni campo, per esempio negli studi clinici di efficacia dei farmaci.

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Lambic è uno stile di birra caratterizzato dalla fermentazione spontanea. Le birre lambic sono prodotte esclusivamente nella regione del Payottenland, a sud-ovest di Bruxelles, in Belgio. Birre prodotte con modalità analoghe al di fuori di questi territori sono denominate “lambic-style” oppure “plambic” (ovvero pseudo lambic), sebbene questa sia una distinzione puramente volontaria effettuata per rispetto all’originale.

Al contrario delle ale e lager convenzionali, che sono fatte fermentare utilizzando ceppi di lievito accuratamente selezionati per lo scopo, il lambic è prodotto attraverso fermentazione spontanea: il mosto di birra viene esposto ai lieviti selvatici e ai batteri autoctoni della valle della Senne, in cui si trova Bruxelles. Questo inusuale processo di fermentazione conferisce alle birre di tipo lambic un sapore assolutamente distintivo: secco, vinoso e sidroso, con un retrogusto acidulo.

Tipologie

Per renderne più gradevole il gusto si prestano ad essere addizionate di sciroppi di frutta, ad esempio utilizzando i lamponi si ottiene la birra framboise, con l’aggiunta di zucchero si ottiene la birra faro, con le amarene la kriek. Miscelando invece vari tipi di lambic di diverse annate si produce la geuze.

I Produttori

  • Brasserie Cantillon
  • Belle-Vue
  • Boon
  • 3 Fonteinen
  • Girardin
  • Lindemans
  • Timmermans
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La birra artigianale si differenzia, oggi anche legalmente, da quelle di produzione industriale per non essere pastorizzata. Accompagnato al fatto che molto spesso la birra artigianale solitamente non viene nemmeno filtrata,va prestata particolare attenzione per la sua conservazione, considerando alcuni particolari accorgimenti.

Ecco alcuni consigli importanti per poter degustare una birra conservando al massimo le sue qualità:

  1. Lontano dalla luce diretta.

Il contatto diretto con la luce è estremamente dannoso per la birra. Questo è dovuto al fatto che alcune sostanze contenute nel luppolo, una volta disciolte, sono fotosensibili e si degradano nel tempo.Questo porta ad un cambiamento di odore e di sapore, portando il caratteristico aroma di “luce” alla birra. Scegliere quindi un ambiente buio o poco illuminato è la soluzione migliore.

Il colore più adatto per la conservazione delle birre in bottiglia di vetro è il marrone, colore che contribuisce a riflettere una maggiore percentuale di luce, proteggendo il contenuto. Meno adatte sono invece le bottiglie di colore verde o bianco. È possibile conservare la birra in bottiglie trasparenti (come alcune note marche) se si vanno ad utilizzare, in fase di produzione, particolari estratti di luppolo  dove le molecole fotosensibili hanno già subito un intervento di isomerizzazione.

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  1. No agli sbalzi termici.

Bisogna fare particolare attenzione al continuo spostamento di eventuali bottiglie da luoghi caldi a luoghi freddi e viceversa; lo sbalzo di temperatura è infatti un’altra causa del deterioramento delle qualità organolettiche della birra.

  1. Scegliere la giusta temperatura.

La temperatura di conservazione è estremamente importante. È molto importante, in questo caso, fare attenzione alle indicazioni riportate dal produttore. Ad esempio per birre ad alta fermentazione, specialmente se ad alto grado alcolico le bottiglie si possono conservaresenza problemi ad una temperatura compresa tra i 10° e i 16°. Questo per la maggior stabilità del prodotto. Le birre a bassa fermentazione, molto più delicate, vanno invece conservate mantenendo il più possibile la catena del freddo, soprattutto quando non filtrate.

Ancora oggi molte persone amano bere la birra “ghiacciata”. Questo è uno dei modi peggiori in assoluto per poter degustare la birra, in quanto porta una grossa serie di svantaggi a livello organolettico, in primis legati al comportamento dell’anidride carbonica nel liquido a quelle temperature.

  1. Ambiente ideale.

Oltre all’attenzione alla temperatura è necessario scegliere per la conservazione della birra degli ambienti a ridotto grado di umidità e che non presentino odori e profumi forti.

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5. La giusta posizione delle bottiglie.

Un altro accorgimento importante è quello di prestare attenzione alla posizione in cui vengono stoccate le bottiglie. Quando è presente lievito all’interno della bottiglia (cioè in presenza di birra non filtrata), queste vanno posizionate in verticale, mentre se si è in presenza di una birra dove siano avvenuti processi di filtrazione e pastorizzazione è possibile conservarle in orizzontale. In ogni caso bisogna prestare attenzione che il tappo sia perfettamente chiuso e sigillato.

 

Un’altra differenza fondamentale tra le birre industriali e quelle artigianali consiste nella differenza di shelf-life. Per le birre artigianali, data l’assenza di pastorizzazione è consigliabile procedere al consumoin un lasso di tempo più breve, in quanto dopo tale periodo potrebbero perdere le loro qualità organolettiche.

Quanto detto vale in maniera minore per le birre ad alta fermentazione ad elevato grado alcolico o quelle con una robusta luppolatura, le quali presentano periodi di shelf-life leggermente più lunghi.

Un’ultima accortezza importante è che, una volta aperti un fusto o una bottiglia, è consigliato consumare il contenuto in breve tempo, per evitare che la birra si ossidi, rovinando qualità gusto del prodotto.

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La Leffe è una birra belga. Originariamente prodotta nell’abbazia di Notre Dame de Leffe, nonostante la presenza nel packaging e nelle campagne pubblicitarie di riferimenti al monachesimo, la produzione, a partire dal XX secolo può essere considerata di carattere industriale[1].

Nella città di Dinant si trova il museo Leffe, ospitato in una cappella del convento di Bethléem, a pochi chilometri dall’abbazia di Notre-Dame de Leffe[2].

Storia

L’abbazia Notre Dame de Leffe fu fondata a Leffe, odierno quartiere di Dinant nel 1152 lungo il fiume Mosa nella provincia di Namur nel sud del Belgio[3]. A partire dal 1240 i monaci iniziarono la produzione di birra destinata ai pellegrini ospiti dell’abbazia[3].

La stessa abbazia conobbe molti periodi difficili, venendo danneggiata sia da circostanze naturali sia dall’uomo durante il passare degli anni. Lo scoppio della Rivoluzione francese ebbe come risultato lo distruzione del monastero e della chiesa e la chiusura dell’attività di produzione birraia[3].

Il monastero venne riaperto nel 1929, con la ricostruzione della chiesa, nei terreni originariamente occupati dal fienile[3]. La produzione riprese a partire dal 1952 ad opera del padre-abate Nys e con la collaborazione di Albert Lootvoet, titolare di un birrificio a Bruxelles[3]. Questo birrificio venne in seguito acquisito dal birrificio Artois diventando parte dei gruppi Interbrew e, in seguito, inBev. Dal 1977, con la chiusura del birrificio Lootvoet, la Leffe venne prodotta nello stabilimento della birra Vieux-Temps a Mont-Saint-Guibert, fino alla sua chiusura, avvenuta nel giugno 1996[4]. Da quella data la produzione venne spostata a Leuven, nello stabilimento che produceva la Stella Artois[5].

Nel 2016 l’Ab-InBev è stata citata in giudizio presso la corte federale di Miami con l’accusa che la Leffe, pur richiamando esplicitamente la tradizione monastica belga, non sia effettivamente prodotta da monaci in modo artigianale[6].

L’Abbazia Notre Dame de Leffe a Leffe di Dinant, dove nacque la birra.

Varianti

  • Leffe Blonde – birra bionda leggermente speziata, secca e fruttata, con note di vaniglia. Gusto pieno e vellutato (alcol: 6,6% vol.).[7]
  • Leffe Brune – birra scura, più ricca e intensa rispetto alla Leffe Blonde, è leggermente meno fruttata, e presenta dei sentori di caffè e cioccolato dovuti al malto tostato (alcol: 6,5%)[8]
  • Leffe Triple – birra bionda rifermentata in bottiglia, più forte, molto corposa, presenta un gusto marcato e sentori di arancia, vaniglia e limone. Notevole speziatura nel retrogusto (8,5% vol.)[9]
  • Leffe Radieuse – birra ambrata, con accenti di agrumi, fiori di coriandolo e malto tostato. (8,2% vol.)[10]
  • Leffe Vieille Cuvee – birra ambrata, con un sapore più vellutato rispetto alla Radieuse (8,2% vol.)
  • Leffe Ruby – birra aromatizzata ai frutti rossi e a bassa gradazione alcolica (5% vol.)[11]
  • Leffe Rituel 9º – birra ambrata, si tratta della Leffe a maggior gradazione alcolica (9% vol.)[12]
  • Leffe Bière de printemps – birra stagionale-estiva dal gusto fresco e beverino con basso tenore alcolico (6,6% vol.)
  • Leffe Bière de Noël – birra natalizia (6,5% vol.)
  • Leffe Nectar – birra bionda aromatizzata al miele (5,5% vol., dal 2012)[13]
  • Leffe Royale – gamma di birre bionde superiori (7,5% vol., dal 2012)
    • Leffe Royale “Whitbread Golding”
    • Leffe Royale “Cascade IPA”
    • Leffe Royale “Mapuche”
    • Leffe Royale “Mount Hood”
  • Leffe Ambrée – birra rossa, dal gusto delicato, presenta sentori di scorza d’arancia arancia, spezie e malto tostato (6,6% vol., dal 2018)[14]
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Pilsener o pilsner, talvolta abbreviata in pils, è una tipologia di birra, sviluppata nella città di Plzeň (Pilsen in lingua tedesca), nella regione della Boemia in Repubblica Ceca. Si distingue dalle altre lager per il ruolo marcato del luppolo, in particolare per l’uso del rinomato luppolo Saaz (Žatec), dall’omonima città della Boemia occidentale.

L’origine

Fino dagli anni quaranta del XIX secolo, i birrai della Baviera avevano già iniziato a sperimentare la produzione di lager in ambienti freschi utilizzando il lievito a bassa fermentazione che migliorava la limpidezza, il sapore e la conservabilità della birra.

Il birrificio Mestansky Pivovar reclutò il birraio bavarese Josef Groll (1813-1887), il quale, utilizzando le nuove tecniche e i malti chiari resisi da poco disponibili, creò il primo lotto della moderna pilsener il 5 ottobre 1842. La combinazione del colore pallido (dovuto ai nuovi malti così come all’acqua particolarmente dolce di Plzeň), del rinomato luppolo di Žatec e dello stile lager bavarese produsse una birra chiara, dorata, che “faceva colpo”.

Il miglioramento dei sistemi di trasporto e comunicazione significarono per questa nuova birra la rapida disponibilità in tutta l’Europa centrale, dove il suo stile venne rapidamente imitato.

La mancanza di brevetto sull’aggettivo “Pilsener” (di Pilsen) consentì di impiegare quella definizione a tutte le case di produzione di birra che ricorrevano all’originario metodo di fabbricazione di Josef Groll. L’originale birra Pilsener fu quindi costretta ad aggiungere “Urquell” (“sorgente, fonte prima”) e a proteggerne stavolta il marchio, al fine di sottolineare la primogenitura del metodo di fabbricazione.

Le Pilsener moderne

Voliera Pilsner progettata dall’architetto Vittoriano Viganò per la XI Triennale di Milano. Foto di Paolo Monti, 1956.

L’invenzione dei moderni sistemi di refrigerazione ad opera di Carl von Linde eliminarono il bisogno di luoghi freschi ove immagazzinare la birra, tuttavia ancora oggi il birrificio della Pilsner Urquell continua a fermentare la propria birra utilizzando botti aperte nelle cantine al di sotto dello stabilimento. Inoltre rivendica che la Urquell sia la “prima birra dorata al mondo”.

Una moderna pilsener possiede un colore molto tenue, chiaro, che varia dal giallo pallido al dorato, e un aroma intenso di luppolo. Le pilsener ceche tendono ad avere un sapore delicato, mentre quelle tedesche possono essere più amare o persino avere “note terrose”.

Un elenco di altre pilsener celebri:

  • Warsteiner
  • Beck’s
  • Berliner Pilsner
  • Bintang
  • Budweiser Budvar, conosciuta anche come Czechvar
  • Dos Equis Special Lager
  • Forst V.I.P. Pils
  • Ceres Top
  • Grolsch
  • Heineken
  • Holsten
  • Kokanee
  • König Pilsener
  • Krombacher
  • Labatt Blue
  • Nastro Azzurro
  • Perlenbacher
  • Radeberger Pilsner
  • Steam Whistle
  • Union
  • Utica Club
  • Veltins
  • Zywiec
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Gergalmente si intende per birra cruda quella birra che, durante il processo di lavorazione, non viene sottoposta né a pastorizzazione né ad aggiunta di conservanti.

Descrizione

Durante la produzione della birra industriale è consuetudine, onde garantire alla bevanda una buona conservazione e assicurarsi delle sue caratteristiche igieniche, sottoporla a pastorizzazione dopo la fermentazione secondaria e prima della filtratura e dell’imbottigliamento; la pastorizzazione avviene portando la birra a una temperatura di 60 °C per circa 20 minuti, al fine di sterilizzarla da alcuni microorganismi potenzialmente nocivi[1], anche se il processo, eliminando alcuni lieviti, rende necessario aggiungere anidride carbonica alla birra in un secondo momento. Inoltre la pastorizzazione consente di rendere uniformi profumi e sapori della birra. Tuttavia la pastorizzazione causa la denaturazione di alcuni elementi nutritivi della birra, che, insieme ai lieviti vivi, hanno effetti salutari per l’organismo umano[2].

Il procedimento senza pastorizzazione, invece, è utilizzato quando la birra non ha una grossa distribuzione industriale; in tale caso, fino alla consumazione, essa va tenuta a basse temperature, condizione necessaria per conservarla a lungo in assenza di pastorizzazione[2].

La birra cruda è quasi sempre artigianale, prodotta cioè artigianalmente in micro-impianti privi di automazioni elettromeccaniche e di strumentazioni sofisticate, dove contano soltanto l’attenzione e la pratica manuale dell’operatore (impianti riconducibili, quindi, nei loro termini essenziali, al sistema in uso fin nei secoli passati: sala cottura, sala di fermentazione, sala di maturazione). I birrifici artigianali producono la birra tradizionalmente, vale a dire applicando le metodiche di fabbricazione come erano in uso prima che l’industria introducesse tutta una serie di misure tecnologiche finalizzate a standardizzare il prodotto finale, producendo una birra dal gusto e dalle caratteristiche omogenee (oltre che costanti in tutti i lotti di produzione), ottenendo una birra mediamente apprezzabile da ogni tipologia di consumatore, la birra cruda, in effetti, modifica il proprio sapore e le proprie proprietà organolettiche anche solo con il passare del tempo.

La birra cruda è anche, generalmente, birra integrale, non microfiltrata. La mancata sottoposizione al trattamento termico e alla microfiltrazione lascia la birra integralmente ricca di lieviti e sostanze in sospensione. Non vi è aggiunta di alcun conservante e non vengono utilizzati altri procedimenti (ad esempio la stabilizzazione in polivinilpolipirrolidone) che comportino degradazione o impoverimento del prodotto.

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birrificio sorrento

…Fu proprio durante la sua prigionia che Sirentum apprese le primordiali tecniche per la produzione di una bevanda, ottenuta dalla fermentazione di cereali.

Al suo ritorno Sirentum offrì la bevanda alle Sirene portandole al Tempio…

Il birrificio Sorrento nasce dal progetto di riportare un microbirrificio a Sorrento.

La storia inizia infatti dall’esperienza da homebrewer di Giuseppe che aveva necessità di costruire un piccolo impianto casalingo e decise di coinvolgere in questo lavoro Francesco.

Le loro creazioni iniziarono a riscuotere consensi e pensarono alla possibilità di far nascere un birrificio tutto loro e grande ma all’inizio ci furono mille intoppi.

Dal 2009 al 2013 l’impianto fu preso in affitto e dall’amicizia con Mario Cipriano prima (Birrificio Karma) e di Nello Marciano (Birrificio Maneba) poi nel 2009 nacque il Beer Firm Birrificio Sorrento.
Dopo qualche anno però sentirono la necessità di avere un impianto di proprietà e scelsero con grossi sacrifici, di dar vita ad un progetto di impianto, meno ambizioso, parallelo a quello principale. Il loro sogno era quello infatti di realizzare un Birrificio partendo dal capannone per il quale acquistarono il terreno.
Oggi il birrificio ha sede a Massa Lubrense, il cuore verde della penisola Sorrentina.
Le birre nascono da loro ricette, sperimentate, perfezionate e prodotte personalmente.

A piccoli passi verso la nascita del Birrificio Sorrento

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Achel è una birra belga trappista, prodotta al monastero di Notre-Dame di Sant-Benoît, a Achel (provincia di Limburgo). L’industria della birra esiste dal 1850, e ne produce attualmente due varianti: una bionda e l’altra scura.

L’imbottigliamento è effettuato al birrificio Bios-Van Steenberge, a Ertvelde.

Achel è una delle undici birre che sfoggiano il logo esagonale Authentic trappist product.

Storia

La storia del birrificio ha inizio nel 1648, quando i monaci olandesi costruiscono un cappella in Achel. La cappella viene trasformata in una abbazia nel 1686, ma viene distrutta durante il periodo della rivoluzione francese. Nel 1844 le rovine vengono ricostruite dai monaci di Westmalle e le varie attività agricole sono ricominciate.[1] La prima birra ad essere fermentata sul luogo era la Patersvaatje, nel 1852, e 19 anni più tardi, nel 1871, il luogo si trasforma in un monastero di trappisti, dove iniziano la preparazione della birra normale.

Nel 1914 durante la prima guerra mondiale, i monaci devono lasciare l’abbazia a causa dell’occupazione tedesca. I tedeschi smantellano la fabbrica di birra nel 1917 per ricavarne approssimativamente 700 kg di rame. Nel 1998 i monaci decidono di ricominciare a fermentare la birra. I monaci della abbazia di Rochefort e di Westmalle aiutano nella costruzione del nuovo birrificio.

Nel 2001, la fabbrica di birra produce le birre Achel 8°.

Come tutte le altre fabbriche di birra Trappiste, le birre sono vendute per sostenere il monastero e le carità.

Prodotti

La birra Achel viene prodotte in cinque versioni:

  • Achel Bionda 5°, con il 5% di alcool (vol.)
  • Achel Scura 5°, con il 5% di alcool
  • Achel Bionda 8°, con l’8% di alcool
  • Achel Scura 8°, con l’8% di alcool
  • Achel Extra 8°, Scura, con il 9,5% di alcool (solo in bottiglie da 75 cl)
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La Paulaner Brauerei GmbH & Co. KG è un birrificio fondato nel 1634 in Germania. Fu costruita all’inizio del XVII secolo a Monaco di Baviera dai frati del convento Neudeck ob der Au dell’ordine dei Minimi (detti in tedesco “paolani”, dal nome della città di origine del fondatore dell’ordine, Francesco da Paola).

Il Gruppo Paulaner include anche i birrifici Hacker-Pschorr, AuerBräu di Rosenheim, Thurn und Taxis di Ratisbona e il birrificio weizen Hopf Miesbach.

Paulaner fa parte, con Spaten, Augustiner, Hacker-Pschorr, Hofbräu e Löwenbräu, dei 6 fabbricanti di birra ufficiali dell’Oktoberfest di Monaco.

Storia

Il nome dell’industria della birra Paulaner trae la sua origine dai frati di san Francesco da Paola, che risiedevano a Neuhauser Straße, a Monaco. I monaci iniziarono a produrre birra per loro uso personale dal 1634. Dopo il 1780 cominciarono a venderla al pubblico[1]. La birra autorizzata al commercio era una Bock che si guadagnò la notorietà locale. Dopo l’abolizione del convento di Neudeck nel 1799, l’edificio fu convertito in prigione; Franz Xaver Zacherl, fabbricante di birra, comprò nel 1813 il vecchio edificio continuando la produzione della birra Bock sotto il nome di Salvator. Dopo la sua morte la conduzione dell’azienda fu assunta dal nipote Ludwig Schmederer[1].

Nel 1861, la Salvatorkeller (in tedesco cantina di Salvator, riferimento alla fabbricazione del Starkbier prodotta ancora oggi) è stata aperta a Nockherberg, non lontano dalla birreria. Nel 1899 l’ufficio brevetti imperiale, con sede a Berlino riconobbe il marchio Salvator come registrato, a seguito di ciò il nome fu cambiato da Gebrüder Schmederer Aktienbrauerei a Paulaner-Salvator-Brauerei[2]. Nel 1928, avvenne la fusione con il birrificio di Thomas Gebrüder: nasce la Paulaner Salvator Thomas Bräu.

La vecchia fabbrica in Falkenstraße 11 a Monaco

Nel 1985 l’Hacker-Pschorr e l’AuerBräu entrarono a far parte del gruppo Paulaner[1]. Nel 1994, l’industria della birra entra nel gruppo Kulmbacher con i produttori affiliati Plauen e Chemnitz. Nel 1996 il gruppo Paulaner ha completato l’acquisizione del birrificio Thurn und Thaxis[1]. Nel 1999 è stata rinominata Paulaner GmbH & Co. KG[1].

Dal 2001 il gruppo Paulaner fa parte della Brau Holding International, società partecipata al 50,1 % dal gruppo Schörghuber e al 49,9 % dal gruppo Heineken[3].

Nel 2005 risulta che la produzione di Weissbier è di 1,15 milioni di ettolitri l’anno. Il primo locale con il marchio Paulaner in Italia è stato inaugurato il 21 settembre 2005 a Bolzano con il nome di “Paulaner Stuben”.[4]

Nel giugno 2014 è iniziata la costruzione di una nuova fabbrica per la produzione della birra a Langwied[5]. A partire dal 2016 tutta la birra viene prodotta nel nuovo stabilimento[6]. Nel 2017 la Brau Holding, che già controllava la Paulaner, si è fusa con essa assumendo la denominazione Paulaner Brauerei Gruppe[7].

Varietà prodotte

Weißbier

  • Paulaner Hefe-Weißbier Naturtrüb, la più consumata. Naturtrüb significa che la birra è naturalmente torbida. Con il 5,5% di alcool (vol), e con il 12,5 °P[8].
  • Paulaner Hefe-Weißbier Dunkel, simile alla precedente ma dal sapore più forte e dal colore scuro (dunkel in tedesco) , essendo il malto più arrostito. Con il 5,3% di alcool (vol), e con il 12,4 °P.
  • Paulaner Weißbier Kristallklar, birra più trasparente della Naturtrüb. Con il 5,5% di alcool (vol), e con il 11,8 °P.
  • Paulaner Hefe-Weißbier Leicht , la Weizenbier leggera. Con il 3,2% di alcool (vol), e con il 7,7 °P.
  • Paulaner Hefe-Weißbier Alkoholfrei, la versione analcolica (meno dello 0,5% di alcool (vol)).

Le Original Münchner

Paulaner Original Münchner Hell

  • Paulaner Original Münchner Hell, birra chiara locale, prodotta alla fine del XIX secolo, molto consumata. È la birra più esportata dell’azienda. Con il 4,9% di alcool (vol), e con il 11,5 °P.
  • Paulaner Original Münchner Dunkel, birra scura, con il 5% di alcool (vol), e con il 12,5 °P.
  • Paulaner Original Münchner Urtyp, birra pils, con il 5,5% di alcool (vol), e con il 12,5 °P.
  • Paulaner Original Münchner Märzen, birra prodotta per l’Oktoberfest, con il 5,8% di alcool (vol), e con il 13,7 °P.

Le Münchner

  • Paulaner Münchner Hell Leicht, la versione leggera delle Original Münchner Hell, con il 3,2% di alcool (vol) e con il 7,7 °P.
  • Paulaner Münchner Hell Alkoholfrei, la versione senza alcool delle Original Münchner Hell, con il <0,5 di alcool (vol).
  • Paulaner Münchner Diät Bier, con il 4,3% di alcool (vol) e con il 8,5 °P.
  • Paulaner Premium Pils, con il 4,9% di alcool (vol) e con il 11,5 °P.

Specialità stagionali

  • Paulaner Oktoberfest Bier, birra normalmente riservata all’Oktoberfest, ma reperibile anche sui mercati. Con il 6% di alcool (vol), e con il 13,7 °P.
  • Paulaner Salvator, birra molto forte, con il 7,9% di alcool (vol), e con il 18,3 °P.
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